L’ALTRA FACCIA DI PECORINO E ARROSTICINI, I PASTORI CHE MUOIONO DI FREDDO E SFRUTTAMENTO
di Mattia Fonzi

GORIANO SICOLI (L’AQUILA) – Veniva da molto lontano Ousmana. Arrivava dall’Africa occidentale, da quella parte del continente da cui partono in tanti per cercare fortuna in Europa.
Ousmana veniva dalla Guinea: 13 milioni di abitanti, tanta povertà e un’instabilità politica permanente. Aveva solo 23 anni e si era ritrovato per caso nell’Abruzzo montano, a Goriano Sicoli (L’Aquila). Probabilmente disorientato, come tanti, in una terra lontana da casa.
È morto la settimana scorsa Ousmana Kourouma, mentre cercava di riscaldarsi in una stanza lunga e larga tre metri, ricavata dall’essiccatoio di un ex caseificio dove si trova la stalla delle pecore di cui si prendeva cura, per conto di imprenditori agricoli residenti nella Valle Peligna, lì giunti alcuni mesi fa dalla provincia di Frosinone.
In quella stanza, dove non esiste riscaldamento, Ousmana ha riempito un bidone di legna, perdendo la vita poche ore dopo, per via delle esalazioni da monossido di carbonio.
Di questo si è parlato nei giorni scorsi sui media abruzzesi, anche se a dir la verità neanche troppo. La notizia, la tragedia, la solidarietà nei confronti della famiglia da parte della comunità di Goriano e dei sindacati, le poche reazioni di qualche politico, per attitudine più sensibile a questioni come le migrazioni e lo sfruttamento lavorativo. Due facce della stessa medaglia che in questo caso, come in tanti altri, non possono essere scisse.
Se qualcuno sarà responsabile della morte di Ousmana Kourouma, arrivato dalla Guinea per portare a pascolare le pecore abruzzesi, lo stabiliranno gli organi competenti in seguito dell’inchiesta aperta dalla procura della Repubblica.
Quel che già sappiamo è che non è accettabile la morte “di freddo” di un ragazzo di 23 anni, che passava la maggior parte del suo tempo in solitudine, a curare quegli animali da cui piccoli e grandi imprenditori ricavano prodotti gastronomici celebrati spesso anche sulle pagine di questo giornale.
Non sono accettabili queste forme di schiavismo arcaico, cui sono spesso sottoposti i migranti, rei solo di essere costretti ad accettare condizioni di lavoro rifiutate dai loro coetanei italiani.
Dal pecorino agli arrosticini, i prodotti tipici della gastronomia abruzzese – quelli che portiamo in giro per l’Italia, dalle borse del turismo alle fiere – potranno essere eccellenti solo se tali saranno anche le filiere produttive, solo se verrà garantito il diritto a un lavoro degno ed equo. Non si tratta di garantire standard etici, ma di rispettare una persona prima ancora che un mercato.
La vita del pastore è dura, e la pastorizia va scomparendo. Garantire condizioni di lavoro dignitose significa continuare a far vivere questa professione e, va da sé, i prodotti che se ne ricavano. Tutto il resto dovrebbe essere sempre denunciato ed emarginato a gran voce.
Se le aree interne appenniniche, che vivono da decenni un drammatico inesorabile spopolamento, non sapranno essere accoglienti – e giuste, in termini di inclusione economica e sociale – con chi viene da lontano per cercare una vita migliore, semplicemente non riusciranno a sopravvivere.
Strette a morsa tra la chiusura mentale delle comunità da un lato e dalle logiche dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo dall’altro.
Il presente e il futuro delle comunità appenniniche passa per i prodotti della terra, almeno quanto per le condizioni di lavoro dignitose in agricoltura e pastorizia.
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